Gentile, elegante o manierato?

Vi è mai capitato di incontrare una persona che  vi sorride di continuo, quasi avesse una paralisi facciale, ripete a iosa  “per favoreee”, “graaaaziiee”, “ti chiedo gentilmente”, “cortesemente”, ti saluta anche 6 volte al giorno, come se le prime 5 volte in cui vi siete incrociati non fossero bastate, quando deve chiedere un favore aumenta la larghezza del sorriso (forse la cosa lo fa divertire) e cosa alquanto bizzarra utilizza nomignoli affettuosi anche con chi conosce appena o non conosce affatto.

Per molti questo comportamento è sinonimo di gentilezza o educazione.

Per me che mi occupo di etichetta, non è nell’uno, né l’altro.

Parliamoci chiaro: non salutare quando si incontra qualcuno o si entra da qualche parte, non ringraziare quando si riceve qualcosa, non chiedere per favore sono atti di maleducazione.

Ma salutare, sorridere, ringraziare, chiedere per favore soprattutto se vengono fatti in modo affettato, ostentato, meccanico, “per default” e senza spontaneità sono gesti privi di valore.

Mi capita spesso di trovare un’abbondanza di formule di gentilezza, ma poco gentilezza vera. Sorrisi e parole gentile associati ad una totale mancanza di rispetto per il tempo ed il lavoro altrui.

Viceversa conosco persone che magari fanno meno uso di formule di gentilezza, ma dimostrano un reale interesse e preoccupazione per il prossimo.

La gentilezza, quella vera, non è una “formula”, è un atto di rispetto verso gli altri, è dimostrare che l’altro, chiunque esso sia è importante e merita attenzione e riguardo.

Gentilezza oggigiorno significa rispettare il lavoro, il tempo, lo spazio e la privacy. E l’apprendimento dell’etichetta, per quanto approfondito, non può e non deve essere una mera applicazione di regole, dev’essere sempre accompagnato da bontà del cuore e gentilezza d’animo.

 

 

 

 

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